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Acquedotti
· III parte ·
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II PARTE - come funzionavano gli acquedotti romani IV PARTE - dall'antica Roma all'età contemporanea

COS'É RIMASTO DA VEDERE AI NOSTRI GIORNI

Per secoli i resti degli antichi acquedotti sono stati uno dei soggetti preferiti di pittori e incisori, sebbene le parti meglio conservate siano ovviamente rimaste in piedi lontano dal centro storico della città, in molti casi addirittura in campagna.
L'unico frammento che se ne può vedere in pieno centro è costituito da quattro fornici di travertino bianco appartenenti all'Aqua Virgo, ora al di sotto del livello stradale e interrati per buona parte della loro altezza, situati fra i fabbricati di via del Nazzareno, non lontano dalla Fontana di Trevi. In oltre venti secoli il livello del suolo stradale è notevolmente cresciuto, al punto di raggiungere quello della parte superiore dell'acquedotto sepolto.
viale dell'Acquedotto Alessandrino
serie di archi dell'Aqua Alexandrina
Nello stesso punto, un minuscolo portone sormontato dallo stemma di papa Sisto IV (1471-84), nasconde un passaggio che conduce proprio allo speco dell'Aqua Virgo. È ancora in uso per lavori di manutenzione, ma per ovvi motivi è costantemente chiuso.

via del Nazzareno
gli archi interrati dell'Aqua Virgo, nel centro di Roma

Lo scopo di questa pagina, invece, è di segnalare i pochi ma interessanti resti che si trovano in periferia, entro i moderni confini urbani, ma ben lontani dai percorsi turistici "ufficiali".
via del Nazzareno
il passaggio che conduce
allo speco dell'Aqua Virgo

Muovendo il cursore del mouse sulle illustrazioni di questa pagina viene indicata l'ubicazione dei vari soggetti.

via del Quadraro, presso via Appia Nuova
archi dell'Aqua Claudia
Dopo essere stati danneggiati nel VI secolo, gli alti viadotti rimasero solo delle strutture ingombranti ed inutili, utilizzate principalmente come fonte di materiale da costruzione, da cui ricavare mattoni e pietre.
Anche i terremoti e le guerre contribuirono a danneggiare tali opere; ciò spiega la scarsità di quanto ne rimane all'interno degli antichi confini della città.
Alcune parti interessanti, però, se ne possono vedere nei quartieri meridionali ed orientali, zone ora densamente popolate che non più di un secolo fa erano campagna.

Per ragioni di praticità vengono raggruppate e descritte secondo la loro dislocazione.


PAGINA 1
ACQUEDOTTI PRESSO
LE PORTE CITTADINE
PAGINA 2
DALLO SPES VETUS
AL QUARTIERE TUSCOLANO
PAGINA 3
L'AQUA TRAIANA E
L'AQUA ALEXANDRINA



ACQUEDOTTI PRESSO LE PORTE CITTADINE
Prima di divenire la principale porta a sud-est delle mura di Aureliano (III secolo dC), Porta Praenestina, ora chiamata Porta Maggiore, era un arco del locale acquedotto.
Lo stesso può dirsi di quella successiva verso est, Porta Tiburtina (cfr. anche Mura Aureliane, II parte, pagina 1 e pagina 2 per i dettagli e per altre illustrazioni).
Infatti, nel punto dove i viadotti incrociavano strade importanti, come quelli di cui sopra rispettivamente presso la via Praenestina e la via Tiburtina, venivano spesso innalzati degli archi con decorazioni speciali che celebravano l'imperatore responsabile della loro costruzione. Quando fu progettata la cinta muraria di Aureliano, i due archi anzidetti vennero incorporati nella nuova struttura difensiva.
piazza di Porta Maggiore
Porta Praenestina oggi: due dotti passavano sopra i suoi archi
Ma nonostante la loro trasformazione in porte cittadine, continuarono a funzionare come dotti, dando passaggio all'acqua nella loro parte superiore: l'Aqua Marcia, l'Aqua Tepula e l'Aqua Iulia passavano sopra Porta Tiburtina, mentre l'Aqua Claudia e l'Anio Novus passavano su Porta Praenestina.

L'area appena davanti Porta Praenestina era lo Spes Vetus, cfr. la II parte, dove convergevano cinque diverse "acque" (in effetti erano sei, includendovi il corso sotterraneo dell'Aqua Alexandrina, sebbene il suo canale non sia mai stato individuato). Portavano oltre il 70% della fornitura idrica totale di Roma: il diagramma che segue illustra la direzione di tali acquedotti secondo l'archeologo R.Lanciani (fine XIX secolo), ma gli elementi grafici tridimensionali provengono, adattati, dalla pianta di Roma antica di E.De Perac (1576).
Vengono anche mostrate le parti che Sisto V riutilizzò per la sua Aqua Felix (fra parentesi), quali segmenti sono rimasti in piedi, colorati in ocra, e quali sono quelli scomparsi, in grigio chiaro.


la rete di acquedotti nell'estremo sud-orientale di Roma: i nomi dei siti antichi
sono in nero, quelli attuali in blu, e i punti indicano linee ferroviarie
L'Aqua Marcia, Tepula e Iulia seguivano il muro di Aureliano dirette verso Porta Tiburtina. Prima di questa, l'Aqua Marcia staccava un importante ramo, il Rivus Herculaneus, che con molta probabilità riforniva anche il vicino ninfeo dei Licinii, più comunemente noto come Tempio di Minerva Medica (cfr. Le Mura Aureliane II parte pagina 3).
Il Rivus Herculaneus portava acqua al colle Celio, nella parte meridionale della Roma repubblicana, e poi si incanalava sottoterra, parallelamente alla più antica Aqua Appia, raggiungendo il colle Aventino (a sud-ovest). Di questo ramo non ne è rimasto niente, tranne alcuni segmenti del dotto sotterraneo.
Presso Porta Tiburtina l'acquedotto divergeva dal muro di Aureliano, seguendo il proprio viadotto e puntando verso il colle Quirinale, cioè a nord. Nel tardo XVI secolo questa parte fu incorporata nella nuova Aqua Felix.
Tuttavia, sul finire dell'800, a causa dei lavori per la costruzione della Stazione Termini, tutto ciò che faceva parte dell'acquedotto oltre questo punto venne demolito. Ne rimangono solo i primi 100 metri; essi terminano con un arco celebrativo di Sisto V che è ora adiacente al muro perimetrale della linea ferroviaria, in piazzale Sisto V.

Invece l'Aqua Claudia e l'ancor più ricco Anio Novus condividevano lo stesso sbocco, situato assai vicino a Porta Praenestina, sebbene le ultime tracce del loro castellum scomparvero verso il finire del XIX secolo.

l'Arcus Neroniani, o Arcus Caelimontani
Prima di raggiungere lo sbocco, anche l'Aqua Claudia staccava un grosso ramo che in origine l'imperatore Nerone aveva fatto costruire per la sua Domus Aurea, donde il primitivo nome di Arcus Neroniani, cioè "archi dei Neroni" (Nero era un cognome della gens Claudia).
Quando la Domus Aurea fu smantellata, il ramo venne modificato così da fargli raggiungere i colli Celio ed Aventino, e fu rinominato Arcus Caelimontani, "archi del Caelimontium", cioè della II Regio che comprendeva appunto il Celio e i rilievi minori (vedi anche I 22 Rioni). Con ciò, l'anzidetto Rivus Herculaneus divenne obsoleto.
Un'ulteriore estensione di questo ramo per il colle Palatino, al centro di Roma, venne fatta realizzare dall'imperatore Diocleziano (tardo III secolo).
S.Stefano Rotondo
S.Stefano Rotondo, in una pianta del XVII secolo:
si notino i resti dell'acquedotto presso la chiesa


Il breve tratto di acquedotto che ora traversa via Turati, la cui direzione punta verso le vicine rovine di un'enorme fontana, era una volta ritenuto trattarsi di un altro ramo dell'Aqua Iulia. Tuttavia dall'altezza dello speco ora gli studiosi sostengono che potrebbe essere stato raggiunto tanto dall'Aqua Claudia che dall'Anio Novus.
La prima parte dell'Arcus Coelemontani è ancora in piedi, all'incirca fino ai terreni del Laterano, mentre della parte restante non ne rimane che qualche frammento, soprattutto presso la chiesa di S.Stefano Rotondo.


via Turati
l'acquedotto in via Turati
La fontana di cui sopra, cioè il ninfeo di Alessandro Severo, ora sorge nei giardini di piazza Vittorio Emanuele.
Fu comunemente denominata "Trofei di Mario" dalle decorazioni originali una volta collocate ai suoi lati, raffiguranti armi barbariche, scudi e armature. Secondo la tradizione, si credeva che fossero state poste a ricordo delle vittorie del generale Mario Gaio contro le popolazioni barbariche (101-102 aC).


piazza del Campidoglio
uno dei due "Trofei", ora alla
sommità della scalinata sul Campidoglio
piazza Vittorio Emanuele
i resti dei "Trofei di Mario", forse
raggiunti dall'Aqua Claudia o Anio Novus


In epoche recenti, però, i "trofei" sono stati datati al tardo III secolo dC, il che significa che erano stati probabilmente asportati da qualche altro monumento o statua.
Sul finire del XVI secolo papa Sisto V le fece rimuovere dalle rovine della fontana, ricollocandole in Campidoglio, in cima alla scalinata di Michelangelo (notizie e immagini su questo sito sono disponibili in I 22 Rioni e Piazza del Campidoglio).



Appena oltre Porta Tiburtina, la traiettoria del triplo acquedotto piega verso ovest, divergendo dalla linea diritta che seguono le mura cittadine (in effetti sarebbe più corretto dire che le mura divergono dall'acquedotto, dato che quest'ultime vennero edificate più tardi). Da qui gli acquedotti si dirigevano ai loro rispettivi castelli terminali, situati da qualche parte nei quartieri settentrionali Roma; uno di essi probabilmente sorgeva presso le Terme di Diocleziano. Ciò che oggi vediamo in questo punto, però, è quanto fu costruito nel tardo XVI secolo sotto papa Sisto V, che sfruttò le strutture antico-romane, ancora in parte esistenti, letteralmente riciclandole per la fabbrica del suo acquedotto, l'Acqua Felice, il cui sbocco principale, cioè la fontana "mostra", venne realizzata a circa 350-400 metri da qui (cfr. III parte pagina 2 e Fontane III parte, pagina 6 per altri particolari).
Ma quando fu messa in cantiere la stazione ferroviaria Termini, attorno al 1870, anche l'acquedotto rinascimentale era ormai ridotto a nient'altro che un'ingombrante rovina. Quindi, dato che attraversava il sito della nuova stazione, fu demolito per gran parte della sua lunghezza. Oggi, dal punto dove l'Acqua Felice (costruita sull'antica Acqua Marcia) si stacca dalle mura di cinta, dell'acquedotto rimangono solo pochi metri, come si vede nella foto.
piazzale Sisto V
l'arco di Sisto V, appena prima della stazione (a sinistra)

Per fortuna il segmento superstite comprende lo "speciale" arco a doppia facciata che Sisto V fece innalzare sul luogo dove i viaggiatori diretti a Roma, seguendo via Tiburtina, avrebbero verosimilmente incrociato la sua Acqua Felice.
piazzale Sisto V
l'iscrizione dell'arco (1587)
Così come l'altro arco superstite, noto come Porta Furba (descritto nella III parte a pagina 2), anche questo ha la testa di leone presente nello stemma del pontefice e un'iscrizione marmorea che dice:
SISTO V PONTEFICE MASSIMO
REALIZZÒ A SUE SPESE
LA CONDUTTURA DELL'ACQUA FELICE
IN FLUSSO SOTTERRANEO
PER 13 MIGLIA,
SU VIADOTTO AD ARCHI PER 7
Ma nulla è rimasto della fontana che una volta si trovava presso l'arco, come benvenuto per gli assetati viandanti provenienti da est, al loro ingresso in Roma.





PAGINA 2
DALLO SPES VETUS
AL QUARTIERE TUSCOLANO
PAGINA 3
L'AQUA TRAIANA E
L'AQUA ALEXANDRINA



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